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(2004) Giorgio Miceli e la musica nel Mezzogiorno d'Italia nell'Ottocento

Inserito in Convegni patrocinati

REGIONE CALABRIA
Assessorato alla Cultura, Pubblica Istruzione, Beni Culturali

UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA
Facoltà di Lettere e Filosofia - Corso di Laurea in DAMS
Istituto di Bibliografia Musicale Calabrese

con il patrocinio della
SOCIETÀ ITALIANA DI MUSICOLOGIA

 

Arcavacata di Rende, Aula Magna Università della Calabria, C.A.M.S. Centro Arti Musica e Spettacolo

3-5 dicembre 2004

Programma e resoconto

3 dicembre 2004, ore 15.30

Saluti

Saverio Zavettieri, Assessore alla Cultura, Pubblica Istruzione, Beni Culturali - Regione Calabria
Salvatore L'Andolina, Direttore IRRE Calabria
Franco Crispini, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università della Calabria
Massimo Privitera, Vicepresidente del Corso di Laurea in DAMS dell'Università della Calabria
Bianca Maria Antolini, Presidente della Società Italiana di Musicologia

 

3 dicembre 2004, ore 16.00, presiede Agostino Ziino

Teresa Chirico, Compagnie teatrali e associazioni musicali in Calabria da documenti inediti del secondo Ottocento
Maria Paola Borsetta, Attività teatrali in Calabria nelle fonti archivistiche
Annunziato Pugliese, Giorgio Miceli e la critica
Antonio Caroccia, «I canti soavi»: il carteggio Miceli-Florimo (1870-1886)

 

4 dicembre 2004, ore 9.30, presiede Francesco Paolo Russo

Guido Salvetti, La musica da camera di Giorgio Miceli negli anni della rinascita strumentale italiana
Jesse Rosenberg, Il Concorso-Basevi e il Quartetto per pianoforte ed archi di Giorgio Miceli
Barbara Lazotti, Giorgio Miceli e la romanza da camera
Loredana Pati, Le cantate di Giorgio Miceli: La Leggenda di Pisa e Dall'Etna al Vesuvio

 

4 dicembre 2004, ore 15.30, presiede Markus Engelhardt

Friedrich Lippmann, La sonnambula di Vincenzo Bellini e l'Ombra bianca di Giorgio Miceli
Johannes Streicher, Giorgio Miceli ed Enrico Golisciani: La Fata
Luigi Sisto, Intorno a Gli amanti sessagenari di Giorgio Miceli: aspetti dell'opera buffa napoletana di metà Ottocento
Marina Marino, La figlia di Jefte di Giorgio Miceli, un grand-opéra italiano di fine Ottocento

 

5 dicembre 2004, ore 9.30, presiede Paologiovanni Maione

Francesca Seller, Epigoni biblici per la scena del San Carlo: Il convito di Baldassarre.
Tiziana Scarcella - Massimo Perciaccante, Giuseppe Grassi de Jannon tra documenti d'archivio, fonti musicali e libretti d'opera
Giuseppina Montagnese, Tenebre e luce di Luigi Ferrari: un oratorio per san Michele
Guido Salvetti, Conclusioni

 

3 dicembre 2004, ore 18.30

La romanza da camera di Giorgio Miceli

Maria Concetta Galante mezzosoprano
Adriano Licastro baritono
Sergio Coniglio pianoforte

 

4 dicembre 2004, ore 18.30

La musica strumentale da camera di Giorgio Miceli: Quartetto in La maggiore per pianoforte, violino, viola e violoncello op. 3
Trio in Do per pianoforte, violino e violoncello op. 2


Anna Pugliese violino
Domenica Pugliese viola
Marco Simonacci violoncello
Monaldo Braconi pianoforte


* * * * * * * *

COMITATO PROMOTORE
Markus Engelhardt (Istituto Storico Germanico di Roma, Sezione di Storia della Musica)
Annunziato Pugliese (Istituto di Bibliografia Musicale Calabrese)
Francesco Paolo Russo (Università della Calabria)
Guido Salvetti (Conservatorio di Milano)
Agostino Ziino (Università di Roma "Tor Vergata")

COMITATO ORGANIZZATORE
Claudia Aristotile,
Giuditta Davoli,
Maria Elena Murano,
Annunziato Pugliese,
Alessandro Vuono

SEGRETERIA ORGANIZZATIVA
Istituto di Bibliografia Musicale Calabrese
Telefax: 0963 65491; 347 1042651; 328 8222908
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 


Resoconto

La figura e l'opera del compositore calabrese Giorgio Miceli e alcuni spunti di riflessione sul panorama musicale del periodo in cui egli visse sono stati oggetto del recente convegno Internazionale di studi “Giorgio Miceli e la musica nel Mezzogiorno d'Italia”, organizzato dall'IBIMUS (Istituto di Bibliografia Musicale Calabrese) e svoltosi nei giorni 3 e 4 dicembre 2004 presso l'Aula Magna dell'Università della Calabria di Rende. Hanno contribuito la Regione Calabria, l'Università della Calabria-Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Dams, il CAMS ( Centro Arte Musica e Spettacolo), con il patrocinio della SIdM.

La prima sessione del convegno, presieduta da Agostino Ziino, è stata aperta dalla relazione di Maria Paola Borsetta che ha esaminato, attraverso l'indagine sul materiale archivistico conservato presso l'Archivio di Stato di Cosenza, le attività di teatro musicale in Calabria tra la metà del Settecento e il primo cinquantennio dell'Ottocento. In particolare, la relatrice ha evidenziato le attività delle stagioni invernali che si svolgevano nel teatro allestito dalla famiglia Contestabile Ciaccio di Cosenza nel periodo 1777-1806, permettendo di comprendere i meccanismi di gestione dell'attività teatrale e i rapporti intercorrenti tra proprietari, società di cittadini, compagnie di cantanti e strumentisti. La documentazione archivistica ha permesso, altresì, di rilevare attraverso i progetti architettonici e le varie fasi di costruzione e manutenzione del Teatro Reale Ferdinando, uno stretto legame con materiali e maestranze provenienti dal Teatro S. Carlo. Restano, invece, relativamente in ombra le vicende più direttamente legate alla produzione e alla rappresentazione del repertorio operistico, mentre particolarmente interessante appare un opuscolo del 1831, compilato dal responsabile della Deputazione del Teatro, Vincenzo Maria Mollo, che permette di conoscere le 13 opere che erano in cartellone per la stagione 1831-32, nonché i nomi dei cantanti e degli orchestrali impegnati in teatro. Annunziato Pugliese (Giorgio Miceli e la critica) ha presentato la figura di Miceli attraverso le recensioni delle sue opere, apparse sui periodici del tempo sin dal suo esordio sulle scene napoletane con Zoé ossia l'amante in prestito (Teatro Nuovo 1852). Pugliese ha preso in esame numerosissime testate: «Caporal Terribile», «Corriere del Mattino», «Il Diorama», «il Pungolo», «I lunedì d'un dilettante», «L'Arte», «La Gazzetta musicale di Milano», «La Gazzetta Musicale di Napoli», «La Musica», «L'Italia Musicale», «L'Occhialetto», «L'Omnibus», « Napoli musicale» e «Roma». Dai giornali spesso emergono pareri discordi che comunque inseriscono il giudizio su Miceli nel dibattito culturale della Napoli dell'epoca. La prima giornata di lavori si è conclusa con la relazione di Antonio Caroccia, dal titolo «I canti soavi»: il carteggio Miceli-Florimo (1870-1886). Lo studio ha messo in luce il lungo scambio epistolare di Giorgio Miceli con Francesco Florimo, testimoniato da alcune lettere inedite conservate presso la Biblioteca del Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli. La corrispondenza schietta e sincera che intercorre fra i due dal 1870 al 1886, mette in luce alcuni tratti, a volte “pittoreschi”, della poliedrica e naturale vena artistica di Giorgio Miceli.

La prima giornata di lavori del convegno si è conclusa con un concerto dedicato alle romanze da camera di Miceli, interpretate da Maria Concetta Galante (mezzosoprano), Adriano Licastro (baritono), Sergio Coniglio (pianoforte).

La seconda giornata , presieduta da Francesco Paolo Russo, si è aperta con l'intervento di Guido Salvetti (La musica da camera di Giorgio Miceli negli anni della rinascita strumentale italiana): sono stati mostrati gli aspetti innovativi dell'esordio cameristico di Miceli negli anni immediatamente seguenti l'Unità, con analisi condotte sul Quartetto d'archi op. 1, sul Trio con pianoforte op. 2, sul Quartetto con pianoforte op. 3. Si sono anche delineati i termini del successivo abbandono, da parte di Miceli, di questo camerismo impegnato e complesso.

Di seguito, Jesse Rosenberg ha inquadrato il quartetto per pianoforte e archi di Miceli nell'ambito delle attività della Società del quartetto di Firenze, con particolare attenzione al ruolo svolto da Abramo Basevi. Barbara Lazotti, invece, ha preso in esame la produzione di romanze da camera di Giorgio Miceli, un genere musicale assai diffuso nell'Italia nel xix secolo. Si tratta di 64 brani per voce e pianoforte composti in periodi diversi che, nella forma, nelle strutture, nello stile e nelle tematiche, riflettono l'evoluzione della poetica dell'autore, nonché del genere stesso. Le romanze di Miceli sono state analizzate nelle loro diverse tipologie, nei loro caratteri stilistici, nel rapporto con i testi poetici e inserite nell'ambiente socio-culturale cui erano destinate, il salotto borghese del secondo Ottocento. Esse diventano così un emblema, un linguaggio condiviso ed espressivo di quel tempo e in questa ottica Miceli non risulta un'elegante comparsa, bensì un protagonista significativo dell'epoca, specie in un ambiente sociale come il Sud Italia, più di altri conteso tra nostalgia del passato e voglia di futuro.

Loredana Pati si è soffermata sull'esigua produzione cantatistica di Miceli che comprende solo due titoli, collocati peraltro in due periodi cronologicamente molto distanti tra di loro: La Leggenda di Pisa e dall'Etna al Vesuvio. La partitura della prima è conservata presso la biblioteca del Conservatorio di Napoli, mentre della seconda ci è pervenuto soltanto il testo letterario. Dall'Etna al Vesuvio è una cantata celebrativa scritta nel 1861 appositamente per l'anniversario dell'entrata delle truppe garibaldine in Napoli, evento che suscitò un grande entusiasmo. Il testo, elaborato da Giovanni Florenzano, venne affidato al genio creativo di più giovani musicisti che si erano appena fatti notare nell'ambiente musicale partenopeo: la prima parte agli allievi di Lillo, Miceli e Bevignani, mentre la seconda a Pasquale Traverso.

La seconda cantata venne composta da Miceli nel 1885 su testo di Michele Carlo Caputo. Tale testo si compone in un'unica serie di versi senza soluzione di continuità e con frequentissimi cambi di metro. La partitura prevede un organico costituito da pianoforte a quattro mani, harmonium, arpa e doppio quartetto d'archi con una compagine corale costituita da Soprani I e II, Alti, Tenori I e II, Baritoni e Bassi, di volta in volta suddivisi a seconda delle necessità testuali. La struttura esterna è divisa in nove sezioni ognuna delle quali risente in maniera evidente dell'influsso profondo che l'ascolto della musica wagneriana aveva lasciato presso i musicisti attivi a Napoli intorno agli anni Ottanta dell'Ottocento, come dimostrano i complessi passaggi caratterizzati da un estremo cromatismo e la presenza di due Leitmotive che ritorneranno per tutta la composizione.

Nella ripresa della seconda giornata dei lavori, presieduta da Markus Engelhardt, è stato dato ampio spazio alla produzione operistica di Miceli: la relazione di Friedrich Lippmann ha preso in esame nel dettaglio l'opera di Miceli L'ombra bianca, sostenendo fra l'altro che è difficile stabilire una parentela con La sonnambula di Bellini; mentre Johannes Streicher ha collocato l'opera di Miceli La Fata (libretto di Golisciani) nel contesto della produzione di soggetto fantastico dell'Ottocento. L'intervento di Luigi Sisto (Gli amanti sessagenarii di Giorgio Miceli: aspetti dell'opera buffa napoletana di metà Ottocento), ha preso le mosse dall'analisi condotta da Michele Scherillo (concorrente per il premio annuale della Reale Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti con il contributo Storia letteraria dell'Opera buffa napoletana dalle origini al principio del secolo XIX), il quale evidenziava come, già alla fine dell'Ottocento, l'opera buffa napoletana fosse considerata esclusivamente patrimonio del secolo precedente. In molte produzioni ottocentesche (le opere dei fratelli Ricci e di Nicola D'Arienzo per esempio), è possibile riconoscere caratterizzanti elementi di novità, affiancati - come nel caso de Gli amanti sessagenarii (1853). seconda opera di Miceli - a strutture musicali e schemi drammaturgici ancorati alle tipologie tardo-settecentesche e all'“ufficialità” rossiniana. Al giovane Miceli è attribuito il merito di rivitalizzare un modello socio-culturale (quello dell'opera buffa napoletana), espressione dell'eredità di una città che alla metà dell'Ottocento «s'avviava a perdere con grave trauma la sua secolare dimensione e il ruolo di capitale.

Nella relazione La figlia di Jefte di Giorgio Miceli, un grand-opéra italiano di fine Ottocento, Marina Marino affronta le opere di argomento biblico, un'antica e consolidata tradizione sulle scene del teatro San Carlo di Napoli. Alcuni anni prima de La figlia di Jefte lo stesso Miceli ne aveva già scritta una, Il convito di Baldassarre. Il maestro calabrese, ormai all'apice della sua carriera, attorno al 1880 aveva suggerito all'amico Carlo Michele Caputo la stesura di un libretto da musicare. Caputo, musicista e letterato, nonché esegeta delle Sacre Scritture, aveva preso spunto da un episodio del Libro dei Giudici dell'Antico Testamento che narra dell'eroica figlia del condottiero ebraico Jefte, immolata come vittima sacrificale in seguito alla vittoria contro i nemici riportata dal padre: il titolo dato inizialmente a questo libretto fu La gemma d'Israele e lo stesso titolo reca la partitura orchestrale manoscritta servita certamente per le prove e le esecuzioni. Miceli aveva impiegato circa un anno per comporre la musica del suo nuovo melodramma e immediatamente aveva cercato di “pubblicizzarlo” con un'esecuzione privata al pianoforte avvenuta in casa di Caputo a Napoli nel dicembre 1882. Nonostante la fama del compositore tuttavia ci vollero più di quattro anni per vedere un'esecuzione pubblica con sole quattro rappresentazioni, nel mese di aprile 1886, al Teatro San Carlo di Napoli. Il libretto è lungo e complesso, la suddivisione in quattro atti evidenzia una precisa simmetria nelle ambientazioni, vi abbondano le citazioni bibliche ma è riservato spazio anche alla parte spettacolare da “grand-opéra” con balli, cori e marce. La strumentazione di Miceli è opportunamente calibrata con un abbinamento fra timbri e personaggi se pur con un eccessivo uso di ottoni e percussioni; il risultato tuttavia non porta ad un'opera “totale”, al contrario si percepisce – come fecero notare anche i critici dell'epoca – molta frammentarietà. Il vero punto di forza di Miceli consiste comunque in una grande inventiva melodica che fece meritare la pubblicazione per canto e pianoforte di alcuni pezzi chiusi da parte dell'editore Ricordi. Alla fine della sessione pomeridiana è stato eseguito un concerto, dedicato alla musica strumentale di Giorgio Miceli. In particolare, Il Quartetto in la magg. per pianoforte, violino, viola e violoncello op. 3 e il Trio in do, per pianoforte, violino e violoncello op.2 sono stati eseguiti da Anna Pugliese (violino), Domenica Pugliese (viola), Marco Simonacci (violoncello) e Monaldo Braconi (pianoforte).

Nella giornata conclusiva, il dibattito si è spostato dalla figura di Miceli all'indagine su altri compositori calabresi coevi, al fine di costruire un quadro, il più possibile organico, dell'ambiente musicale e artistico nel quale avvenne la prima formazione musicale di Miceli.

In particolare, Tiziana Scarcella e Massimo Perciaccante hanno illustrato la figura del compositore palmese Giuseppe Grassi De Joannon. Scarne e frammentarie sono le informazioni che si possiedono sulla biografia del compositore calabrese e difficile appare la ricostruzione dell'intera produzione musicale di Grassi. La fama del compositore palmese si deve, principalmente, alla produzione operistica. Tutte e tre le sue opere furono rappresentate, seppur con esiti e fortuna differenti, nei teatri napoletani. La produzione di Grassi comprende, inoltre, composizioni per pianoforte solo e per formazioni cameristiche. La relazione ha posto in evidenza una composizione giovanile di Grassi conservata nel Fondo Creazzo della biblioteca comunale di Cinquefrondi. «Dialogo da eseguirsi nella città di palmi in occasione della festa della Vergine Assunta celebrata il 15 agosto 1834» è il titolo della composizione, che continua la tradizione musicale della cantata sacra settecentesca. Il principio generale che ha ispira il compositore nella realizzazione del Dialogo è l'ampliamento del discorso musicale attraverso l'intervento degli strumenti dialoganti con le voci.

In Tenebre e luce di Luigi Ferrari: un oratorio per S. Michele, Giuseppina Montagnese ha evidenziato come gli studi sulle attività musicali nell'Ottocento in Calabria, inerenti a quelle realtà locali, di provincia, legate ad una produzione di musica soprattutto sacra, sono scarsi. La conoscenza più approfondita di tali realtà ci offre uno spaccato di un ambiente inaspettatamente più attivo musicalmente e ci svela la presenza di musicisti degni di una certa attenzione. In particolare, lo studio di Luigi Ferrari (Cinquefrondi 1829–1862), attraverso l'analisi di una delle sue composizioni più significative, l'Oratorio Tenebre e luce, va letto alla luce delle attività musicali e di tutta una produzione di carattere devozionale che si sviluppa in un territorio in cui è radicata già una forte cultura musicale. L'Oratorio ci rivela un compositore dotato di una forte cultura e di una considerevole sensibilità musicale. I tratti stilistici che caratterizzano la sua arte compositiva sono rintracciabili in una tendenza alle simmetrie nell'articolazione complessiva della struttura, nell'agilità dei motivi, in una ricca coloritura vocale, in un uso attento della strumentazione, e soprattutto in una grande capacità di aderire musicalmente, attraverso vari espedienti retorici, ai contenuti dei testi poetici.

Nelle conclusioni, affidate a Guido Salvetti, è stato chiarito che quasi tutte le relazioni, per quanto in sé pregevoli, avranno bisogno prima della pubblicazione di un ulteriore sforzo di inserimento nel contesto della vita musicale napoletana degli anni di Miceli. A tale scopo potranno servire brevi sessioni di lavoro, nelle quali operare per la migliore armonizzazione delle ulteriori ricerche.

Tiziana Scarcella

Società Italiana di Musicologia

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