Relazione introduttiva agli «Stati generali della musicologia italiana»

Relazione introduttiva alla giornata di studi (14 novembre 2019, Palazzo Madama presso il Senato della Repubblica)
di Antonio Caroccia

Se nei Conservatori di Musica gli insegnamenti storico-musicali, peraltro complementari, erano presenti fin dall’Ottocento, la musicologia intesa come disciplina di livello scientifico ha fatto la sua comparsa nell’Università italiana soltanto nel 1925, con grave ritardo rispetto alle altre discipline umanistiche; e un suo radicamento durevole risale non più addietro degli anni ’60. In seguito alle riforme del 1999, la Musicologia è attualmente coltivata sia nell’Università sia negli istituti dell’Alta formazione artistica e musicale (AFAM), oltre che in istituti di ricerca e associazioni scientifiche. Si tratta di un insieme di discipline in vario modo e in varia misura indispensabili alla buona fisiologia della vita musicale e culturale di un Paese dalla ricca tradizione artistica come l’Italia. La musicologia è essenziale in particolare: per l’esercizio delle attività musicali; la diffusione della cultura musicale; la formazione dei musicisti; la formazione degli insegnanti; la formazione del pubblico e la conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio artistico e demoetnoantropologico, sia materiale sia immateriale.

La comunità scientifica musicologica nazionale oggi qui ampiamente rappresentata manifesta concorde alcuni auspici che brevemente additerò.

- Occorre che gli insegnamenti storico-musicali, variamente graduati, siano presenti nell’ordinamento scolastico fin dalla formazione primaria, al fine di educare i discenti alle pratiche di ascolto e alla comprensione musicale.

- Occorre potenziare in particolare l’insegnamento della ‘storia della musica’ nei licei musicali, con l’aumento delle ore dedicate alla disciplina – ancora oggi limitata a due sole ore settimanali – e l’assunzione di personale qualificato, dotato di titoli specifici.

- Occorre introdurre la ‘storia della musica’ nella scuola secondaria, oggi presente unicamente nel Liceo musicale. A tal proposito giova menzionare il progetto di legge n. 1553 “Delega al Governo per l’introduzione dell’insegnamento della storia della musica nella scuola secondaria di secondo grado” presentato alla Camera dei Deputati dagli onorevoli Nitti (primo firmatario), Carbonaro, Azzolina, Bella, Casa, Galizia, Iovino, Lattanzio, Melicchio, Giovanni Russo, Testamento, Torto e Villani. Su tale progetto la scorsa settimana si è espresso con favore anche il Ministro dell’Istruzione Fioramonti nell’audizione alle settime commissioni di Camera e Senato. Sul “Corriere della Sera” di lunedì 21 ottobre lo studente Federico Bani di Milano, in una lettera al Direttore, così si esprimeva: «Da studente del quarto anno del liceo scientifico ritengo sia di notevole interesse lo studio della storia, non soltanto delle diverse epoche e degli innumerevoli conflitti [...]. Pertanto, è da diverso tempo che mi chiedo perché non vi sia anche lo studio della musica, che dal XVII secolo costituisce un imprescindibile elemento culturale della vita di tutti i giorni. Invece, in ambito scolastico, la musica viene abbandonata all’esame di terza media come se non costituisse una materia sufficientemente importante per gli studi liceali». È opportuno ricordare l’opinione di un direttore d’orchestra della statura di Riccardo Muti: «Da ragazzo, quando studiavo non per intraprendere la professione ma come formazione complementare agli studi, sentivo che l’insegnamento della musica è imprescindibile dalla formazione di un uomo, di un cittadino europeo, del mondo. […] un Paese con un passato musicale così importante come il nostro non può prescindere dalla conoscenza di questa storia, della sua storia. Già quando ero io liceale [...] avvertivamo come una menomazione della conoscenza generale il fatto che un ragazzo potesse uscire dal liceo, dal classico, sapendo chi fossero Carpaccio, Mantegna, il Sassetta, ma poteva non sapere assolutamente nulla di Pergolesi, Cimarosa, Verdi, Puccini e lasciamo stare Monteverdi. Avere un’infarinatura di storia dell'arte e togliere la musica era un errore allora. Ascoltare Beethoven senza saperne niente di niente, che vuol dire? Se si ha qualche conoscenza storica e generale della materia significa ascoltarla e trarne godimento in un certo modo, più vivo e profondo. Viceversa senza avere nessuna cognizione, come semplici orecchianti, è un'altra cosa».

Crediamo che l’argomento – l’introduzione della Storia della musica nella scuola secondaria non sia più procrastinabile. Sanare questo deficit rappresenterebbe un passo significativo del nostro sistema educativo che ci avvicinerebbe agli altri paesi europei, alimentando una migliore consapevolezza della nostra cultura e del nostro patrimonio musicale. Ci auguriamo che quanto prima questa proposta di legge venga incardinata e inizi l’iter parlamentare.

- Per quel che concerne gli insegnamenti musicologici nell’Afam auspichiamo sempre ancora la piena attuazione della legge di riforma del settore, con un piano di reclutamento scientifico-artistico e soprattutto la messa a regime di un’offerta formativa che comprenda gli studi musicologici. Da qualche anno sono stati normati i percorsi di secondo livello in “Discipline storiche della musica” ma non ancora quelli relativi al primo livello, né tantomeno del terzo livello e dei cosiddetti “Diplomi di formazione alla ricerca”. Anche questo aspetto potrebbe essere facilmente risolto nell’immediato mediante percorsi congiunti che mettano a frutto le competenze musicologiche presenti nell’Afam e nell’Università.

- Occorre consolidare, rafforzare e tutelare l’area musicologica nella formazione superiore, con un’offerta formativa adeguata e l’assorbimento di ricercatori e professori di seconda e prima fascia. Ciò va fatto riconoscendo la necessaria specificità disciplinare della formazione dottorale in campo musicologico: l’attuale condizione di multidisciplinarità coatta, che vede le discipline musicologiche costrette entro dottorati “umanistici” multidisciplinari, frena e mortifica la formazione dell’élite scientifica tra i nostri aspiranti musicologi. È superfluo ricordare come l’università e la ricerca siano da anni sotto finanziate e svilite nel nostro Paese, deprivate delle necessarie risorse materiali e umane, nonché della possibilità di svolgere il ruolo sociale che spetta loro nei confronti del Paese e della società tutta. È urgente un’inversione di rotta

- Per quanto attiene più specificamente alla ricerca musicologica, occorre un’azione di promozione e potenziamento mediante fondi strutturali del CNR e grandi programmi nazionali come PRIN, FAR ecc. L’entità, la varietà e la portata delle tradizioni musicali storiche ed etniche del Paese giustificano appieno la creazione, ad esempio, di un istituto nazionale della ricerca musicologica, come in altri grandi paesi europei. Occorre altresì destinare una quota di finanziamenti nazionali di ricerca a progetti artistico-scientifici nell’AFAM, così come accade oggi per l’Università; e occorre finanziare con un programma durevole le grandi iniziative di edizioni critiche, un terreno sul quale il ritardo dell’Italia rispetto ai principali paesi europei è palese.

- Maggiore attenzione va riposta nel settore dei beni musicali, che rappresentano tra l’altro un volano di sviluppo economico-sociale; si vedano ad esempio i musei statali che, secondo una recente ricerca del Mibact, valgono l’1,6% del PIL. Scarsa e comunque insufficiente è stata finora l’attenzione delle istituzioni nei confronti dei beni musicali, anche per la mancata definizione legislativa del concetto. In questo panorama, accogliamo con favore la recente risoluzione della settima commissione cultura della Camera dei Deputati per un riassetto delle biblioteche storiche dell’Afam, augurandoci nel contempo che queste strutture possano presto venir considerate ‘infrastrutture della ricerca’ al pari delle biblioteche universitarie, con orari d’apertura adeguati, personale qualificato e progetti di digitalizzazione. Di pari passo con il riconoscimento legislativo del concetto di ‘bene musicale’ deve andare l’istituzione di una Direzione generale apposita o quantomeno di un Istituto del Mibact dedito a questo settore, data l’entità del patrimonio musicale nazionale, disseminato in centinaia di sedi statali, regionali e locali, pubbliche e private: un vasto eterogeneo insieme che richiede un coordinamento degli interventi di tutela e valorizzazione dei beni musicali, l’istituzione di scuole specifiche di formazione nell’Università e nell’AFAM (anche in collaborazione), e un piano di reclutamento di figure specifiche, dotate di competenze specialistiche avanzate, atte alla salvaguardia e alla conoscenza del patrimonio.

Molti di questi temi sono stati affrontati nelle recenti giornate di studi dedicate a I beni musicali: salvaguardia e valorizzazione (Roma, Mibact, 29 novembre 2016) e La ricerca musicologica in Italia (Roma, Miur, 26 settembre 2017). Ne sono derivati dei bei volumi che attendono tuttora d’essere tradotti in azioni concrete: habent sua fata libelli. Confidiamo che la giornata odierna, che si preannuncia densa di contributi importanti, possa segnare l’inizio di una nuova era per la musicologia italiana, poiché ab assuetis non fit passio.

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