Spettromorfologia, durata e differenza. La presenza di Bergson nel pensiero musicale di Gérard Grisey

Autori

  • Luigi Manfrin

Abstract

Nell'ambito dei suoi scritti, il compositore Gérard Grisey (1946 – 1998), uno dei principali protagonisti del movimento “spettrale” sorto in Francia intorno alla metà degli anni '70, espone la sua concezione della forma e del tempo musicale ricorrendo ad un'immagine ottica: il tempo musicale può essere assimilato ad una sorta di lente capace d'ampliare e deformare smisuratamente l'oggetto sonoro al suo interno, poiché quest'ultimo non è altro che un processo contratto che può essere dilatato o ricreato su scala umana; di conseguenza, la forma può rispecchiare la dimensione microfonica del suono rendendo percepibile la sua virtualità interna, analogamente a quanto accade all'occhio col microscopio. L'inudibile diviene così udibile come durata temporale che si dispiega nei suoi valori differenziali, dal punto di vista percettivo, secondo diversi gradi di preudibilità e di profondità del suono. Partendo da queste premesse, Grisey, attraverso le letture personali di Deleuze e della teoria dell'informazione di Abraham Moles, s'avvicina a Bergson in relazione al problema del ritmo e del tempo musicale, sviluppando corrispondenze profonde tra le sue idee sul tempo, sulla percezione, sulla memoria e sui loro rapporti, con i corrispettivi concetti filosofici argomentati dal filosofo francese in Matière et mémoire. La convergenza riguarda il tema della tensione di durata o memoria, e dei vari livelli o piani nei quali si attualizza in modo da interagire e cooperare con la materialità corporea della percezione. Le meditazioni del filosofo francese su questo problema costituiscono un riferimento essenziale per comprendere le concezioni di Grisey sulle modalità differenziate della percezione temporale del materiale acustico sonoro, e sulla base delle quali ha elaborato una complessa metodologia di composizione apparsa a suo tempo innovativa.

A leading figure in the spectral movement that emerged in France by the mid-1970's, composer Gérard Grisey (1946–1998), in his writings, draws from optics to describe his conception of musical form and time. Time is likened to a lens that can hugely stretch and distort a targeted sound. This, in fact, is nothing but a compressed process that can be expanded or re-created on a larger scale, thus allowing humans to perceive its inner structure. Therefore, large form can mirror the form of sound at a micro-phonic scale, thus making its internal potential perceivable, similarly to what the microscope does for the eye. As a result, the un-hearable turns hearable as a duration that is fully displayed in its inner perceptive differential values, according to various degrees of sound pre-hearability and depth. From this starting point, through reflections on Gilles Deleuze and on Abraham Moles' information theory, Grisey borders Henri Bergson's conception of musical rhythm and tempo. Deep similarities emerge between Grisey's own ideas about time, perception, memory, and their cross-relationships, and their philosophical equivalents Bergson developed in Matière et mémoire. The two men find common ground in the concept of “duration tension” or memory, functioning on several levels in order to interact with the physical reality of perception.
Bergon's meditations form a vital reference point to understand Grisey's conception of different kinds of perceptions of sound over different time scales. On such basis, Grisey also developed an intricate composition method, that was regarded as quite innovative when it first appeared.

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Pubblicato

05/31/2014

Fascicolo

Sezione

Saggi