«Judicium aurium superbissimum». Gli strumenti musicali e la loro voce da Crousaz a Diderot
Abstract
Questo saggio esamina un gruppo di testi ben noti nella storia dell’estetica moderna, fondamentali per il panorama francese (e non solo) del XVIII secolo: il Traité du beau (1715) di Jean-Pierre de Crousaz, le Réflexions critiques sur la poésie et sur la peinture (1719) di Jean-Baptiste Dubos, l’Essai sur le beau (1741) di Yves-Marie André e Les beaux arts réduits à un même principe (1746) di Charles Batteux. A questi si aggiungono molti altri scritti di Denis Diderot, tra cui la Lettre sur le sourds et muets (1751), alcuni articoli dell’Encyclopédie e le Leçons de clavecin et principes d’harmonie (1771). Il tema principale di indagine è la considerazione sia dello strumento musicale in sé sia della sua peculiare espressione sonora. Da questo punto si sviluppano numerosi problemi del pensiero settecentesco: ad esempio, lo status della musica come pratica artistica destinata alla fruizione e la sua possibilità di partecipare al tradizionale paradigma imitativo (come linguaggio e forma di rappresentazione). Più specificamente, sono messi in evidenza l’emancipazione teorica del genere strumentale e il suo rapporto con la voce, quest’ultima normalmente considerata uno dei mezzi naturali più importanti dell’espressione umana: tuttavia, lo strumento musicale, opera dell’ingegno, acquisisce sempre più dignità nel suo rapporto dialettico con il corpo vivente, eguagliando quasi la sua capacità comunicativa e consentendo così la legittimazione della voce ‘strumentale’. È così illustrato un piccolo frammento dell’evoluzione del pensiero francese sulla musica per fornire una panoramica di uno dei tanti sviluppi del binomio arte-natura, centrale anche nel pensiero moderno.