Il canto fratto nei libri liturgici del Quattrocento e del primo Cinquecento: l'area trentina

Authors

  • Marco Gozzi

Abstract

Il repertorio del canto cristiano liturgico presenta un importante aspetto, poco noto, poco studiato e poco eseguito: il cosiddetto cantus fractus, ossia un tipo di canto liturgico su testo latino scritto con una notazione che esprime anche il valore preciso delle note, oltre all'altezza melodica.
L'articolo descrive alcune testimonianze paradigmatiche di questo repertorio derivate da manoscritti e da edizioni di area trentina tra Quattro e Cinquecento. Sono presi in esame, in particolare, il Gloria mariano con tropo 'Spiritus et alme' e sei diverse intonazioni del Credo, alcune delle quali (come il celebre Credo Cardinalis) diffuse in tutta Europa, altre di tradizione germanica. I facsimili e le trascrizioni in notazione moderna permettono di osservare e di studiare alcune caratteristiche peculiari del linguaggio del canto fratto.
La struttura ritmico-melodica di queste intonazioni, che nei libri liturgici sono quasi sempre tramandate come voci singole, porta anche a ritenere che si tratti di basi per una diffusa pratica polivocale: la voce aggiunta era realizzata estemporaneamente, ma in alcuni casi affiora nella tradizione manoscritta. Sono discussi anche problemi semiologici e paleografici relativi ai diversi tipi di notazione utilizzati per il canto fratto e inerenti alla traduzione in trascrizione moderna.

Despite being an important branch of Christian plainchant, cantus fractus is still little known, researched, and performed. A liturgical chant to Latin texts, it was written down in a notational system specifiying both pitch and note value. This essay describes a few typical samples of cantus fractus found in 15th- and 16th-century manuscripts and printed editions from the Trento area. The author discusses a Gloriafrom the liturgy to the Virgin with Spiritus et alme trope, and six different musical settings of Credo, some known all over Europe (e.g. the popular Credo Cardinalis), some of German origin.
Thanks to facsimile reprints and transcriptions in modern notation, several peculiar traits of cantus fractus are singled out and discussed. Chants were often notated in single-part format, but melodic and rhythmic contours suggest that such lines were used as leadsheets for part singing - a then widespread usage. The extra part was improvised, but it sometimes resurfaces in the manuscript sources.
Issues of semiothics and paleography about the sundry notation systems in use for cantus fractus and their rendering in modern notation are also discussed.

Published

05/31/2014

Issue

Section

Saggi